Una storia di Arco

Nessuna presunzione di fare storia ma di dare alcune informazioni sul vissuto della cronaca archese.
Quello che ritengo sia “speciale” per chi racconta fatti e vicende della propria vita, è quello di riferire “i bioritmi” del tempo trascorso,  quasi settanta anni, a cavallo di due secoli.
La seconda guerra mondiale è terminata.
Arco, lazzaretto di guerra, si spoglia di militari ricoverati negli ospedali, di infermieri,  di medici in divisa e negli ex sanatori piombano a fare razzia padri di famiglia con adolescenti e ragazzi quasi prossimi alla leva militare, che spogliano di tutto gli edifici dai tetti di tegole marsigliesi, contrassegnati da croci rosse in campo bianco.
Carri trainati da buoi, carretti a mano, asini e muli caricati di lenzuola, sedie, tavoli, pentole e casse di chincaglieria e vettovaglie, che lesti prendono le strade più nascoste per le frazioni e i vicoli di Stranforio.
Persone insospettabili con sacchi sulle spalle a nascondere la refurtiva nei portoni di via Vergolano o a sparire come fantasmi, vergognosi di farsi riconoscere ma mossi da supposti bisogni di sopravvivenza dopo anni di restrizioni e di tessere annonarie.
Riprende la vita, dopo alcuni mesi di sbandamenti, di piccoli regolamenti di conti tra fascisti e partigiani, riprendono le attività commerciali e artigianali e la vita democratica con comizi ed elezioni.
Il governo della città è affidato alla DC con l’opposizione socialcomunista.
I lazzaretti di guerra ritornano ad essere sanatori dove trovano ricovero e cura ammalati di TBC provenienti da tutte le regioni d’Italia, retaggio della miseria conseguenza ineluttabile di una guerra che ha prostrato un intero paese.
L’amministrazione del Comune è cauta, parsimoniosa, ispirata alla prudenza contadina prevalente nella composizione del Consiglio comunale.
Il motto è avere i bilanci in attivo, non fare debiti, non azzardare operazioni pericolose.
Il Comune si lascia scappare l’acquisto del palazzo e del parco arciducale, nonostante la petizione di alcuni maggiorenti di Arco che si offrono di acquistare il compendio assieme al Comune, al quale era stato offerto a prezzo ridotto dalla Associazione ex-Combattenti a cui era stato devoluto come risarcimento di guerra.
Il palazzo Arciducale, le scuderie, il parco vengono acquistati in lotti da parte di possidenti archesi e forestieri, una parte diviene cimitero di guerra, una parte rimane a parco, vengono edificate alcune ville, le scuderie trasformate in appartamenti, il palazzo sezionato in più porzioni.
Uno scempio, in buona sostanza, la perdita irreparabile di un patrimonio unico la cui conservazioni in mani pubbliche avrebbe costituito un valore storico ed ambientale di prestigio per la città. Per fare un esempio: il parco e il palazzo delle terme di Levico, analoga struttura elitaria dell’epoca asburgica, attuale struttura turistica di pregio per quel centro termale.
L’economia archese tra agricoltura, attività sanatoriale e industriale che riprende nei vecchi stabilimenti, consente una rapida ripresa sia del tenore che della qualità della vita.
Con il piano urbanistico provinciale che detta le linee della pianificazione territoriale ed economica dei Comuni del Basso Sarca, la promozione industriale, la formazione professionale di competenza della Provincia autonoma, Arco vive una ripresa economica in certo senso riparatoria della progressiva chiusura delle case di cura per la scomparsa della tubercolosi da malattia epidemica a patologia a cura ambulatoriale.
La svolta, quella che venne definita il riscatto morale e civile della città, coincide con il fervore di rinnovamento degli anni ’80.
I vecchi sanatori vengono demoliti o totalmente ristrutturati e trasformati in alberghi o sul loro sedime vengono riedificati condomini di ottima qualità, altri vengono rinnovati e riconvertiti in cliniche private tanto da potersi parlare di un turismo sanitario tra le attività economiche locali.

(E.M.)